C’è un motivo ricorrente per cui continuo ad arrabbiarmi quando guardo la TV sportiva: la presenza di un sistema clientelare che sembra impossibile da scalfire. Nel nostro giornalismo vige una regola non scritta ma chiarissima: se fai parte della cerchia giusta — o se, peggio ancora, hai raggiunto vette di popolarità indiscutibili per meriti storici — stai pur certo che nessun cronista si permetterà mai di farti la domanda vera, quella scomoda.
Prendiamo il caso emblematico di Carlo Ancelotti. Ricordo perfettamente il suo percorso da calciatore: dalla Roma fino all’apice nel Milan degli immortali. Era un centrocampista grintoso, uno che non ti faceva stare tranquillo se ce l'avevi come avversario alle spalle. Un profilo ben diverso dal personaggio felpato, pacato e riflessivo che mostra oggi in panchina e davanti alle telecamere.
Quando la Federazione brasiliana ha deciso di affidarsi a lui, la cosa mi ha lasciata perplessa fin da subito. In linea di principio, quando una Nazionale con la storia del Brasile è costretta a cercare un commissario tecnico all'estero, significa che qualcosa nel suo movimento di base non funziona più. È la stessa sensazione assurda che provo quando sento accostare Pep Guardiola alla panchina dell'Italia: ma cosa c'entra Guardiola con la crisi sistemica del nostro calcio? Perché dobbiamo per forza berci queste narrazioni ad uso e consumo dei salotti?
Ma ammettiamo pure la scelta. Quello che è successo dopo è il vero manifesto del nostro giornalismo televisivo.
Non ho sentito un solo opinionista di Sky o DAZN chiedere chiaramente: "Signor Ancelotti, alla luce dei risultati, possiamo considerare la sua spedizione mondiale un fallimento?". Nessuno.
Sullo schermo si sono visti solo sorrisi, abbracci e i soliti toni confidenziali ("Ciao Carlo..."). La giustificazione pronta è arrivata subito, quasi a fare da scudo: "Non potevi fare di più, sei arrivato solo all'inizio del 2026, mancava il tempo".
Intendiamoci: Ancelotti non ha fallito semplicemente perché non ha alzato la coppa. Sarei scorretto a pretenderlo; questa Seleção non era certo la squadra stellare del passato. Ma le responsabilità tecniche ed editoriali ci sono e vanno nominate. Se affronti una competizione del genere adattando Ibañez a terzino destro, puntando su un Danilo a fine corsa, schierando un Casemiro lontano dai ritmi internazionali e aggrappandoti a un Neymar ormai distante dal calcio d'élite, stai facendo delle scelte ben precise.
Non venite a dirmi che il Brasile non offrisse alternative giovani e affamate nel panorama mondiale. Un grande allenatore ha due strade: o vince subito con i veterani, oppure lancia i giovani, accetta il rischio e avvia un progetto di rifondazione. Scegliere la via di mezzo significa accettare un compromesso al ribasso.
Ed è qui che l'informazione televisiva viene meno al suo dovere. Giornalisti e opinionisti di peso — i vari Condò, Capello e soci — avrebbero dovuto dirlo chiaramente: Ancelotti ha fallito.
Dire che un grande condottiero ha fallito una spedizione non significa cancellare quattro Champions League o irridere la sua carriera. Significa fare giornalismo. Ma finché si preferisce la tutela dei rapporti personali al racconto della realtà, quello che ci viene servito non è approfondimento: è solo protezione di categoria.
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